I Casagrande

I Casagrande sono una famiglia sinta residente a Pavia e il mio progetto è un viaggio attraverso sprazzi della loro vita quotidiana. Discendenti da Mafalda Navone, chiamata regina Mafalda, e da Guarino Casagrande si sono stanziati definitivamente a Pavia nel 1986, in piazzale Europa, tra via Lungo Ticino Sforza e il fiume Ticino e da qui non si sono più spostati. Sette fratelli e otto sorelle hanno lentamente dato vita ad una comunità di circa 200 persone, una vera e propria famiglia allargata. Figli, nipoti, cugini, tutti ad infittire sempre di più i rami di questo articolato albero genealogico. Iniziai a frequentare questa grande famiglia nel 2011 per pura curiosità di sapere cosa ci fosse al di là di quel filare di alberi che separava e isolava un angolo di città in parte nascosto alla vista. Fu Paolo Casagrande, uno dei sette fratelli e figura di riferimento di tutta la comunità ad accogliermi invitandomi a prendere un caffè a casa sua. Proprio lui che due anni dopo morì cadendo da un albero mentre, con dedizione, cercava di ripulirlo dai rami in eccesso; un tragico evento che ha lasciato un vuoto tra i Casagrande. E fu sempre Paolo che mi permise di entrare lentamente nella loro vita, per raccogliere tracce e impressioni attraverso la macchina fotografica, strumento che spesso è diventato anche un gioco condiviso con i bambini perennemente curiosi e partecipi con il loro prezioso punto di vista. Ho scelto di presentare i Casagrande con la leggerezza che ho provato ogni volta che ho fatto loro visita. Credo sia proprio il loro spirito semplice e genuino che mi ha attirato lì e mi ha portato ad intraprendere questo viaggio, staccando ogni volta la spina da un mondo spesso sclerotizzato. Oltre a percepire una certa gioia di vivere, nonostante le difficoltà e le disgrazie, sono stato catturato dai valori di comunità e solidarietà così tangibili, e da un senso di accoglienza che solo una famiglia profondamente compatta riesce a trasmetterti. Come quando un giorno vidi Paolo Casagrande imboccare un corvo che lui stesso aveva salvato perché caduto da una pianta; lo aveva praticamente adottato e con lui tutta la comunità. Ho incontrato e conosciuto questa gente perché un giorno decisi di varcare una soglia, di oltrepassare una barriera più mentale che fisica e andare semplicemente verso l’altro. Ho assecondato la mia curiosità di vedere cosa ci sta al di là del muro e ho scoperto di essere solo all’inizio di una esplorazione che può continuare a lungo, se questa grande famiglia avrà voglia di avere ogni tanto tra i piedi un “gaggio” (colui che non è sinto) fotografo.